Bhakti Yoga (V)

Mondrian 053.display“Se desiderate conoscere il divino, sentite il vento sul viso e il sole caldo sulla vostra mano”. (Buddha)

Il sole ogni giorno sorge, ed ogni giorno la sua immensa energia e la sua potente luce permettono alla vita sulla terra di continuare e rifiorire in un incondizionato abbraccio di amorevole calore. Il sole è li per noi, illumina, scalda, nutre tutte le creature e senza fare distinzioni di sorta…. si dà, si dona totalmente ed incondizionatamente con tutto se stesso. Il sole, metafora terrena, esempio fisico e visibile dell’amore incondizionato di Dio verso le sue creature.

Cosa significa allora praticare il Bhakti Yoga, la devozione assoluta per il divino? Siamo capaci di amare noi stessi ed il prossimo come fa il sole con la terra? Siamo capaci del suo stesso abbandono nel dono di sé?

Siamo abituati a pensarci separati, classificati dalle nostre etichette e dalla parte egoica, mentale, egocentrica…. ma basterebbe avvicinarsi al sole, entrare dentro il sole immedesimandoci nel suo amore e capiremmo subito che prima di essere un uomo o una donna, noi siamo esseri, e prima ancora siamo esistenza, pura vita.

Prova a chiudere gli occhi e percepire il calore generato dal contatto del sole sulla tua mano…. sentirai che quel nutrimento è lì per te senza pretendere nulla in cambio, ed è li per chiunque senza distinzioni di sorta.

Il sole ci ricorda la nostra autentica natura e la nostra vera capacità di essere centri di emanazione di luce ed amore e la nostra sommersa e potenziale capacità di abbandono.

Allora l’incontro e l’arrivo di un Maestro nella nostra vita simboleggia per me l’arrivo di un raggio di quel sole sacro che prende forma fisica e ci guida verso l’apertura del nostro cuore a Dio.

Il sacro ci parla quotidianamente lasciando tracce della sua presenza ovunque in torno a noi, ma soltanto scendendo dalla mente al cuore ci sarà possibile cogliere questi segnali e lasciarci guidare da essi nella rassicurante certezza della presenza divina nella nostra vita.

“Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, e sapere che cosa sono e chi sono. E colui che diviene pienamente cosciente di Me grazie a tale devozione, entra rapidamente nel Divino”. (Bagavad Gita XVIII, 55)

Nel corso delle epoche, la storia dell’essere umano è stata sempre la storia di una continua corrente altalenante che attraverso cicli di espansione e ritrazione ha simboleggiato un moto costante di avvicinamento e allontanamento dal sacro nella sua vita.

Citare uno dei concetti fondanti la filosofia tradizionale cinese ci potrà aiutare a capire meglio tale ciclicità: “Quando lo yang ha raggiunto il suo massimo si ritrae in favore della yin, quando lo yin ha raggiunto il suo massimo, esso si ritrae in favore dello yang”.

Da dove ciclicamente l’anima parte, ciclicamente torna per necessità di ricongiungersi ed abbandonarsi alla sua vera essenza divina.

Ma non è facile per l’uomo però abbandonarsi ad un’essenza impersonale proprio per la tendenza manipolatoria che l’ego ha nei nostri confronti, la figura di un maestro fisico su cui trasporre il nostro abbandono diviene quindi fondamentale.

Il maestro come raggio di quel sole divino capace di dileguare ogni ombra prodotta dai desideri illusori ed impermanenti dell’ego, riferimento fondamentale in ogni percorso di crescita spirituale autentica che non può avvenire senza smettere di resistere alle pressioni dell’ ego.

Un esempio calzante può essere dato dal mito della biga alata, presentatoci da Platone nel Fedro dove l’anima viene raffigurata come un carro guidato da un auriga (il principio razionale) e trainato da due cavalli alati (biga), uno bianco, simbolo delle passioni più forti e nobili, e uno nero che rappresenta al contrario le passioni più viscerali e concupiscenti.

Se l’armonia fra questi elementi viene mantenuta, nel senso che l’auriga dirige il carro in cui il cavallo bianco predomina su quello nero, allora l’anima può salire verso il cielo della suprema conoscenza (iperuranio); viceversa se il cavallo nero ha il sopravvento su quello bianco, il carro è destinato a precipitare e invano l’auriga potrà controllarlo.

Il maestro diviene metaforicamente quindi quella voce che ci aiuta a distinguere i veri desideri dell’anima, quelli che nutrono il cavallo bianco, impedendoci di cadere nei tranelli, spesso anche subdoli, del nostro lato più oscuro, dei desideri egoici che invece rappresentano il nutrimento essenziale del simbolico cavallo nero.

Tendiamo spesso ad essere identificati con la nostra mente, con il flusso di pensieri involontari e compulsivi che la abitano ed, essendone inconsapevoli crediamo che colui che pensa sia chi realmente noi siamo…. ma quando diciamo “io” non è la nostra vera essenza che parla, bensì il nostro ego.

Uno degli strumenti più efficaci per andare oltre l’ego è proprio quello di non reagire all’ego degli altri, ed uno degli esercizi fondamentali che un maestro ci permette di fare è proprio quello di allenarci ad assumere un atteggiamento sempre meno reattivo.

Egli infatti, provocando appositamente il nostro ego per testarlo, ci permette di lavorare direttamente sull’auto osservazione delle nostre reazioni, facendocele notare e aiutandoci a distinguere le reazioni ego-mediate fino a prenderne coscienza.

Per riuscire in tale lavoro di crescita però, è necessario riuscire ad abbandonarsi totalmente e con amore alla propria guida spirituale, sentire nel petto il calore di quel raggio di sole che lui rappresenta come canale del Divino e attraverso il quale ci nutre, come parte di quel sole più grande, il sole sacro al quale poi aprirci grazie alla sua mediazione ed al suo esempio di amore incondizionato.

“Gira il tuo viso verso il sole e le ombra cadranno dietro di te”. (Proverbio Maori)

Insegnante Yoga -  Roberta Vulpiani

Immagine “Mondrian, Devozione, 1908″

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