Bhakti Yoga (VII)

Bhakti in sanscrito vuol dire amore e devozione. Dunque, Bhakti Yoga è lo yoga del cuore, della devozione e della sottomissione di tutti i pensieri, desideri ed emozioni all’Amato. Viene considerata la forma più alta di Yoga, in quanto consente di avvicinarsi a Dio nella maniera più diretta. Ma qual’è la funzione del Maestro in quest’ottica? Il completo abbandono alla Volontà Divina risulta quantomai difficile in un’era dominata dall’individualismo e dall’attaccamento al piano materiale. Ai molti dominati dall’ego, questo abbandono delle passioni, della volontà individuale e delle dinamiche contrattive psico-fisiche che impediscono il libero fluire dell’Energia Cosmica, è impossibile senza un intermediario, una persona spiritualmente matura, che sappia guidare il discepolo sulla difficile strada dell’illuminazione. Questo è il Maestro; egli è in contatto con Dio ed indica, a chi sa ascoltare, la via.

Il sentiero da percorrere è ostico. Tra noi e la nostra meta si frappone l’ego, con le sue resistenze e i suoi tranelli; questa entità illusoria fa di tutto per rimanere in vita, per incatenarci alla sofferenza di cui si nutre, per non farsi sciogliere alla luce della Coscienza Suprema. Dunque, è consigliato, a chi abbia deciso di seguire la via del risveglio, abbandonare la propria volontà a quella del Maestro.

Scrive Sri Swami Sivananda: “Il tipo di Yoga più adatto a questa epoca di dubbi e scetticismo, orgoglio ed egoismo è il Guru-Bhakti Yoga. Questo tipo di yoga è meraviglioso. Il suo potere è enorme. La sua efficacia, la più infallibile. La vera gloria del Guru-Bhakti è indescrivibile. In questa era è lo Yoga per eccellenza, lo Yoga che fa apparire Dio qui, di fronte a noi in carne ed ossa e che lo fa muovere con noi proprio qui e ora in questa vita. Il duro ego rajasico e tamasico è l’arcinemico del discepolo spirituale. Il Guru-Bhakti Yoga è la migliore disciplina per distruggere l’arroganza e dissolvere l’ego vizioso.”

Il discepolo si deve dunque armare di tre caratteristiche fondamentali: la sincerità, la fede e l’obbedienza. L’aspirazione verso la realizzazione del vero Sé deve essere perfetta, piena, deve avere la priorità su tutti i doveri e i piaceri mondani. Ma soprattutto deve essere sincera e deve venire dal cuore. Bisogna avere fede nel Maestro. Una volta veramente accettato il proprio Maestro, nessun dubbio deve più attraversare la mente (questi dubbi sono solo giochi dell’ego), ma bisogna avere totale fiducia in Lui e nei suoi consigli; questi saranno tutti per il Bene Supremo. Se l’aspirazione spirituale è sincera e la fede nel Maestro è totale, allora l’obbedienza scaturirà spontaneamente.

Da questa resa del proprio volere egoico, da questo abbandono, nasce allora uno stato di comunione tra Maestro e discepolo, uno stato di Amore puro. Questo Amore che si prova per il Maestro, questa apertura a livello del cuore è infatti un passaggio necessario per l’apertura verso Dio. Alle nostre menti legate al piano materiale serve inizialmente aprirsi verso una figura materiale, il Maestro, per poi potersi abbandonare all’Amore trascendentale ed universale che è Dio. Serve inizialmente dare un oggetto a questo Amore, per poter poi realizzare che l’Amore vero è eterno, infinito e incondizionato, perché esso è nel Maestro, è in noi, è in tutti gli esseri e in tutte le cose simultaneamente.

Eppure, per quanto siano nobili e puri questi insegnamenti, per quanto ad un piano puramente teorico possano essere condivisibili, logici e belli, quanti realmente sarebbero disposti a rinunciare alla propria autodeterminazione e cederla al Maestro? Non in una vita passata, in una vita immaginaria, ma proprio in questa vita, qui e in questo momento.

Per quanto l’aspirazione spirituale ci sembri forte, la possibilità di non poter più decidere su alcuni aspetti della nostra vita (solitamente i più problematici), dover rinunciare al controllo illusorio, ci manda nel panico. O, per meglio dire, risveglia tutto il potere distruttivo dell’ego, con tutta la resistenza, mentale e fisica, che ne deriva. Diventiamo contratti, accartocciati su noi stessi, aggrappati fortissimamente alla radice della nostra sofferenza. Perché è proprio su questi aspetti che il Maestro ci spingerà a lavorare. Sono queste le tensioni che dobbiamo sciogliere affinché la Luce Divina filtri attraverso di noi e ci riempia di Amore. E l’ego, che si nutre delle nostre sofferenze, farà di tutto per impedire che questo accada. Ci darà l’illusione del controllo, della forza, di una spiritualità che in qualche modo può funzionare senza che ci svestiamo delle nostre maschere. Metterà mille ostacoli sul nostro cammino; ma soprattutto ci impedirà di vedere che noi non siamo lui. Ci convincerà che la sua volontà è la nostra volontà, che le azioni che vuole compiere attraverso di noi siano azioni che noi vogliamo compiere, che anzi dobbiamo compiere!

Come si fa allora da soli? Quando queste pulsioni prendono il sopravvento, come si fa senza una luce, una stella polare che ci indichi la direzione da seguire? Come possiamo da soli riconoscere i nostri errori, senza la presenza di qualcuno che veda veramente oltre, che ci ammonisca quando non siamo in contatto con la nostra Anima e che stiamo agendo con azioni lontane dal cuore?

Possiamo ora capire l’importanza del Maestro? Egli è questa luce, colui che ci guida nelle tenebre. E allora è a Lui che dobbiamo affidarci; provare ad obbedire senza contrapposizione, avere la consapevolezza che Egli ci guida sempre verso Dio e mai verso il male. Ricordarci sempre che egli custodisce le nostre anime bambine come preziose stelline. Che se sentiamo resistenza verso il Maestro questa viene dall’ego e non dal nostro essere reale, e che maggiore è la resistenza, maggiore è il lavoro che dobbiamo compiere; ovvero abbandonarci totalmente e completamente.

Se si ha la fortuna di incontrare un vero Maestro, disposto ad accoglierci come discepoli, affidiamoci. Amiamolo e rispettiamolo in modo totale ed incondizionato. Onorando la volontà del Maestro come fosse la volontà di Dio, tutto il resto diventerà secondario, e la comunione con Dio percepibile in noi.

Eszter Toth

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