Il Buddha

La regina madre si chiamava Mahamaya, donna di grande virtù, che amava tutti gli esseri, il padre era il re Suddhodana del regno degli Sakya. Al momento della nascita egli si precipitò dalla moglie e dal figlio, la sua gioia era infinita, gli occhi gli brillavano; chiamò il bambino Siddhartha, che significa colui che raggiunge lo scopo. Chiamò gli indovini che, esaminato il bimbo, dichiararono sarebbe diventato un grande imperatore destinato a reggere un possente regno.

Solo il vecchio e saggio Asita guardò il bambino a lungo e in silenzio, poi cominciò a piangere e disse tremante al re: “Nessuna sventura maestà, piango per me stesso, perché vedo che il bambino

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è dotato della vera saggezza, conoscerà i misteri dell’universo, non si occuperà degli affari di stato, ma sarà un grande maestro, il cielo e la terra saranno la sua casa e tutti gli esseri la sua famiglia, piango perché morirò prima di poterne udire la voce annunciare la verità che avrà realizzato”, poi si voltò e scomparve.

Otto giorni dopo la nascita del principe, la regina Mahamaya morì, il re chiese alla sorella di lei, Mahamajapati Gotami, di essere la nuova regina, ella acconsentì e si prese cura del principino come fosse suo figlio.

Siddhartha primeggiava in tutte le arti; il padre, volendo renderlo re, volle trovargli una moglie. A 14 anni fu indetto un torneo nel quale il principe vinse tutte le prove; a premiarlo fu la principessa Yasodhara, del regno dei Koliya, il premio fu un elefante bianco. Il cugino Devadatta, sconfitto in tutte le prove, per la rabbia colpì il piccolo elefante che, dal dolore, cadde a terra, allora Siddhartha disse: “Cugino, hai commesso una crudeltà”, poi accarezzò l’elefante parlandogli in tono sommesso, l’animale si rimise in piedi e, in segno di ringraziamento, chinò il capo verso il principe.

Durante un giro nel suo regno, Siddhartha incontrò Yasodhara, che aiutava i poveri e gli ammalati, ne fu molto colpito perché anche in questo ella rispecchiava la sua indole.

Le nozze tra Siddhartha e Yasodhara si celebrarono l’autunno seguente, ma per i due novelli sposi le gioie non venivano dai fasti e dalle ricchezze bensì dall’aprirsi reciprocamente il cuore e confidarsi i più segreti pensieri. Nutrivano un loro sogno, trovare le risposte ai problemi delle genti; ma mentre Yasodhara tendeva più ad un aiuto sociale e materiale, Siddhartha aveva compreso che la causa prima della sofferenza dell’uomo non risiedeva nel corpo ma nello spirito, e si propose fermamente di trovare una soluzione a questo problema.

Yasodhara disse: Marito mio, ogni giorno vedo la vastità della sofferenza, il mio cuore trabocca di pena e di angoscia, mostrami, ti prego, come superare la sofferenza nel mio cuore.

Siddhartha rispose. “Moglie mia, sto cercando una via per superare la sofferenza e l’angoscia del cuore, ho conosciuto la condizione della società e degli esseri umani, ma nonostante i miei sforzi non ho ancora visto la strada per la liberazione, eppure sono certo di trovare un giorno una via per tutti noi. Gopa, abbi fede in me”.

Yasodhara rimase incinta, Siddhartha comprese l’immensa portata della nascita di un figlio. Il giorno era giunto, la regina Gotami aprì la porta e sorrise dicendo: “Gopa ha partorito un maschietto”. Siddhartha guardò la madre con dolce gratitudine e disse: “Lo chiamerò Rahula”.

Un giorno Siddhartha si recò da Yasodhara e le disse che il momento era giunto: “Presto dovrò andare, ma sappi che non smetterò mai di amarti. Sapendo ciò sopporta la nostra separazione, e quando avrò trovato la via tornerò da te e nostro figlio”. Poi si recò dal Padre e chiese il permesso di lasciare il palazzo; il re prima cercò di dissuaderlo, ma alla fine dovette acconsentire.

La sera stessa Siddhartha andò in camera, vide Yasodhara distesa sul letto con a fianco il piccolo Rahula, contemplò a lungo la scena prima di andarsene, Yasodhara era sveglia, ma rimase immobile senza dire niente.

Siddhartha lasciò il regno, diede i propri ornamenti e la propria cavalcatura al fedele servo, scambiò i propri abiti con quelli di un falso monaco e si diresse verso la foresta, sedette in meditazione, e assaporò il senso di libertà che oramai lo colmava.

Si unì a due scuole ascetiche e, in breve tempo, raggiunse il livello dei due maestri delle rispettive scuole, ma non era la liberazione, con cinque compagni iniziò quindi un percorso ascetico estremo.

Raggiunse stati elevatissimi di coscienza, ma non ancora la liberazione. Decise quindi di lasciare l’ascesi, recuperare le forze e usare la meditazione come nutrimento per il corpo e la mente. Mentre scendeva dalla montagna, recuperò un abito color mattone da un cadavere trovato sulla strada, entrò in un fiume per lavarsi e lavare l’abito, si asciugò al sole, poi stremato perse i sensi.

Una ragazza del villaggio di Uruvela, Sujata, lo trovò e lo ristorò con del latte. Egli tornò a respirare, decise definitivamente di abbandonare le mortificazioni ascetiche e di fermarsi a meditare sotto un albero di pippala, nella foresta accanto al fiume.

Ogni giorno i ragazzi del villaggio lo andavano a trovare, portandogli del cibo e dell’erba per il giaciglio.

Dopo poco tempo Siddhartha raggiunse lo stato ultimo, e vide che comprensione e amore sono un’unica cosa. La pratica della consapevolezza rafforza la capacità di guardare in profondità. Se si vede dentro il cuore delle cose, le cose si riveleranno. Questo è il tesoro segreto della pratica mentale, essa conduce alla liberazione. La vita viene illuminata da retta comprensione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta presenza mentale e retta concentrazione. Siddhartha lo chiamò il Nobile Ottuplice Sentiero.

Per Siddhartha fu come se la prigione che lo racchiudeva da migliaia di esistenze fosse crollata. Il carceriere era l’ignoranza; solo l’ignoranza aveva oscurato la sua mente, così come le nuvole nascondono il sole e le stelle. Velata da onde di pensieri illusori, la mente aveva diviso la realtà in soggetto e oggetto, nascita e morte, bene e male. L’unica cosa da fare era guardare il carceriere in faccia, ed ecco che il carceriere, l’ignoranza, era caduta, scomparso il carceriere, anche la prigione era svanita.

Siddhartha alzò lo sguardo al cielo, aveva trovato la Grande Via, il suo scopo era stato raggiunto, il suo cuore era in pace, pieno di beatitudine e di amore.

Furono i bambini i primi a notare il profondo cambiamento interiore di Siddhartha, e furono sempre loro a chiamare Siddhartha Buddha, che in lingua magadhi significa “risvegliato”, a chiamare l’albero di pippala “l’albero della Bodhi”, del risveglio, e a chiamare il sentiero spirituale “la via della consapevolezza”.

Nel giro di pochi anni, la via del Buddha si diffuse in tutta l’India, vi erano migliaia di monaci (bhikkhu) e monache (bhikkhuni), centinaia di migliaia di discepoli laici, aprì la via anche agli intoccabili, molti sovrani erano suoi allievi, tornò anche al suo regno, e Yasodhara, Raulha, Gotami ed il vecchio padre lo seguirono lungo la via.

Lo scopo di tutte le sue esistenze era stato raggiunto, aveva trovato la via per sollevare tutti gli esseri dalle proprie sofferenze.

Imbruniva quando il Buddha e i bhikkhu giunsero nella foresta degli alberi di sala. Il Buddha chiese ad Ananda di prepargli un giaciglio fra due alberi, si coricò su un fianco con il volto rivolto verso nord e disse: “Guarda Ananda, non è ancora primavera ma gli alberi sono coperti da boccioli rossi”.

I monaci erano attorno a lui. La sera era calda, il Buddha parlò così: “Bhikkhu ascoltate, tutto è impermanente , dove c’è nascita c’è morte, siate diligenti nello sforzo per ottenere la liberazione”.

Il Buddha chiuse gli occhi, aveva pronunciato le sue ultime parole, la terra tremò, i boccioli di sala scendevano come pioggia, tutti erano scossi nel corpo e nella mente, il Buddha era morto, era entrato nel Nirvana.

Si dice che quando il Buddha morì, nell’al di là tutti erano felici del suo arrivo e le porte del paradiso erano spalancate per accoglierlo, ma egli si sedette sulla soglia, gli fu chiesto perché non entrasse, visto che era atteso da così tanto tempo! e lui rispose:

“Fino a che tutti gli altri esseri non saranno entrati davanti a me, io non potrò entrare”.

Roberto Liodori

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