Lo sforzo spirituale (VI)

Lo sforzo spirituale nel Cristianesimo (II)

Sant’Isacco di Ninive – La lotta spirituale: “Non c’è nulla che avvicini il cuore a Dio quanto la compassione. La lotta non termina in un attimo, né la grazia viene tutta intera in una volta e abita nell’anima. Ma un po’ e un po’, ci sarà l’una e l’altra: c’è un tempo per la tentazione e un tempo per la consolazione, e una parte della lotta perdura fino alla morte. Questo mondo è la palestra della lotta e lo stadio della corsa, e questo tempo è il tempo del combattimento. Il luogo del combattimento e il tempo della lotta non sono soggetti a una legge.

Ciò significa che il re non ha posto un limite ai suoi lavoratori, finché non sia finita la lotta e non siano tutti radunati nel luogo del Re dei re. Lì sarà esaminato colui che ha perseverato nella battaglia e non ha ricevuto sconfitta, e colui che non ha voltato le spalle. Infatti, quante volte è accaduto che un uomo buono a nulla, che a causa della sua mancanza di esercizio era costantemente battuto e gettato a terra, e che era sempre in uno stato di fragilità, abbia afferrato lo stendardo dell’accampamento dei figli dei valorosi, e il suo nome sia diventato famoso più di quello di coloro che erano stati diligenti, di coloro che si erano distinti, degli abili e degli istruiti, e abbia ricevuto la corona e doni più preziosi di quelli dei suoi compagni. Perciò, nessuno abbandoni la speranza. Teniamo bene nell’intelligenza questo: per tutto il tempo in cui siamo in questo mondo e abitiamo in questo corpo, se anche fossimo innalzati fino alla volta dei cieli, non ci è possibile restare senza fatica e avversità, e senza preoccupazione. Poiché sono caduto, ma di nuovo mi rialzo; sono seduto nella tenebra, ma il Signore mi illumina. Così non cesserò di combattere fino alla morte; non mi darò per vinto finché ci sarà respiro nelle mie narici; e anche se la mia nave naufragasse ogni giorno e i risultati ottenuti dal mio commercio finissero nell’abisso, non cesserò di prendere a prestito e caricare altre navi e navigare con speranza. Finché il Signore, vedendo la mia sollecitudine, avrà pietà della mia rovina, e rivolgerà a me le sue misericordie. I frutti degli alberi sono aspri e sgradevoli al gusto e non sono buoni da mangiare, finché non penetra in essi la dolcezza che viene dal sole. Così le vecchie fatiche della conversione sono amare e molto sgradevoli, e non danno consolazione al solitario, finché non penetra in esse la dolcezza della contemplazione che rimuove il cuore dalle realtà terrene e il solitario non dimentica se stesso.

Le pratiche del corpo senza le bellezze del pensiero sono un grembo sterile e mammelle asciutte; non avvicinano alla conoscenza di Dio. Alcuni hanno il corpo affaticato, ma non si curano di sradicare le passioni dal loro pensiero: neppure essi raccoglieranno; non raccoglieranno proprio nulla! Il silenzio continuo e la custodia della quiete perseverano nell’uomo per una di queste tre cause: o in vista della gloria degli uomini, o a motivo dell’ardore infuocato per la virtù, o perché si ha nell’intimo una qualche consuetudine con Dio che attira a sé il pensiero. Chi non possiede queste ultime due cause, quasi necessariamente si ammala della prima. Una condotta che non ha occhi è vana; perché, a causa della sua distrazione, conduce facilmente al disgusto. Prega il Signore nostro perché procuri occhi alla tua condotta; di qui comincia a sgorgare per te la gioia. Allora le tribolazioni saranno per te dolci come un favo. Ma cosa faremo al corpo che, quando è attorniato dalle disgrazie, a causa di esse viene meno alla volontà di desiderare i beni e la saldezza di un tempo? Questo avviene per lo più a coloro che in parte sono usciti dietro a Dio, ma in parte sono rimasti nel mondo. Cioè il loro cuore non è ancora capace di staccarsi da qui, ma sono divisi in se stessi, poiché una volta guardano dietro di sé e una volta guardano davanti.

Ritengo che il sapiente ammonisca costoro, che si accostano alla via di Dio in una tale divisione, quando dice: “Non accostarti ad essa con due cuori; ma avvicinati ad essa come chi semina e come chi miete”. Non c’è nulla che sia potente come l’essere senza speranza in se stessi; questo non può essere sconfitto né da qualcosa di favorevole né da qualcosa di sfavorevole. Quando un uomo, nel suo pensiero, ha abbandonato la speranza che viene dalla sua vita, nessuno potrà essere più coraggioso di lui, e nessun nemico potrà più attaccarlo, e non c’è afflizione il cui sentore potrà fiaccare la sua intelligenza. Perché ogni afflizione esistente è inferiore alla morte, e lui ha lasciato che la morte venisse su se stesso. Non c’è nessuno che ami qualcosa e non cerchi di moltiplicarne gli effetti. Non c’è nessuno che cerchi di occuparsi delle cose divine se non si è allontanato e non ha disprezzato quelle temporali. Abbandona le cose di poco valore per trovare quelle preziose. Sii morto nella vita e così non vivrai nella morte. Fa’ che la tua anima muoia nella sollecitudine, e non che viva nella condanna.

Colui che fugge la gloria, coscientemente, sperimenta in se stesso la speranza del mondo futuro. Se hai abbandonato l’intera realtà del mondo, volontariamente, non contendere con nessuno per piccole parti di esso. L’albero, finché non fa cadere le vecchie foglie, non fa spuntare i nuovi rami; così il solitario, finché non scrolla dal suo cuore i suoi vecchi ricordi, non fa spuntare i nuovi rami per mezzo di Gesù Cristo. Ama la povertà con perseveranza, perché il tuo pensiero sia raccolto dalla dispersione. Odia la sovrabbondanza, per essere preservato dalla confusione dell’intelligenza. Non c’è nulla che avvicini il cuore a Dio quanto la compassione; e non c’è nulla che dia pace al pensiero quanto la povertà volontaria. Esamina te stesso ogni giorno, perché non si smorzi il calore della tua anima fino a perdere quell’ardore di cui eri acceso; che tu non venga a mancare di nulla dell’armatura di cui eri cinto al principio della tua lotta. Un anziano aveva scritto sulle pareti della sua cella varie frasi, pensieri di vario contenuto e parole mirabili e diverse su tutti i pensieri.

Gli fu chiesto: “Cos’è questo, Abba?” Rispose: “Sono i pensieri di giustizia che mi sono stati comunicati dall’angelo che è presso di me e dai retti moti della natura. Io li scrivo quando mi trovo in queste dimore, affinché, nel tempo della tenebra, io mi intrattenga con essi, e così mi salvino dall’errore”. Grande è la potenza di una condotta minima, quando questa è unita alla fedeltà. La soffice goccia, per la sua fedeltà, scava anche la dura roccia. Ogni condotta che è senza stabilità e di poca durata, si trova ad essere anche senza frutti. Non pensare, o uomo, che tra tutte le fatiche degli asceti vi sia una pratica più grande e più preziosa della fatica della veglia. Da’ spazio alle fatiche della veglia e troverai che la consolazione è vicina, nella tua anima. Bilancia del sonno è chiaramente l’equilibrio del ventre. È noto a chiunque che la fatica del digiuno precede qualsiasi lotta contro il peccato e i suoi desideri, soprattutto per colui che combatte le tentazioni che sono dentro di sé. Anche il Salvatore nostro, dopo la sua manifestazione al mondo presso il Giordano, iniziò di qui.

È scritto infatti: “Dopo che fu battezzato, lo Spirito lo fece uscire nel deserto, e digiunò quaranta giorni e quaranta notti e tutti coloro che seguono le sue orme, poggiano l’inizio della loro lotta su questo fondamento. Dimora nella tua cella, e la cella ti insegnerà ogni cosa. La solitudine ci rende partecipi della mente divina e, in poco tempo e senza ostacoli, ci avvicina alla limpidità del pensiero. Dovunque tu sia, sii solitario nella tua intelligenza, e solo e straniero nel cuore, e non immischiato. In qualsiasi luogo tu entri, per tutti i tuoi giorni, considerati uno straniero, per poter sfuggire ai grandi mali che nascono dalla familiarità. La quiete, come ha detto il beato Basilio è il principio della purificazione dell’anima. Quando, infatti, le membra esteriori si acquietano dal rumore esteriore, allora la mente ritorna dal suo vagare, nel suo luogo interiore, e il cuore si desta per ricercare i moti interiori dell’anima. Quando i sensi sono circondati da una quiete che non ha confini, e i ricordi grazie al suo aiuto invecchiano, allora percepisci la natura dei pensieri e la natura dell’anima, e percepisci quali tesori sono nascosti in essa.

L’anima del solitario è simile a una fonte d’acqua, secondo la similitudine impiegata anche dagli antichi padri. Infatti, ogni volta che si acquieta da tutti i moti dell’udito e della vista, il solitario vede, in modo luminoso, Dio e se stesso, e attinge dall’anima acque limpide e dolci, che sono i soavi pensieri della saldezza. Quando invece si accosta a quei moti, a causa dell’intorbidamento che ne riceve, l’anima è resa simile a uno che cammina di notte, mentre l’aria è coperta dalle nubi e davanti a lui non è visibile né la strada né il sentiero, ed egli erra facilmente per luoghi deserti e pericolosi. Quando però si acquieta insieme alla sua anima, come uno su cui soffi un limpido vento e sulla cui testa l’aria sia chiara, comincia di nuovo a risplendere davanti a se stesso, vede ciò che lui è, discerne dove si trova e dove gli si chiede di andare, e vede di lontano la stanza della vita”.

Anche nella Cristianità, così come abbiamo precedentemente visto per l’Induismo, l’Islamismo e il Buddismo, la vita monastica può essere particolarmente dura, ad ognuno sta come applicare questi precetti nel modo e nell’intensità che sente più consona alla propria natura. Va sempre però tenuto a mente che i risultati arriveranno in proporzione all’impegno e alla purezza di intenti, con cui lo sforzo spirituale viene attuato.

Maestro Yoga Roberto Angelo Stefano Liodori

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