Gelosia ed evoluzione spirituale (III)

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri”. (Roland Barthes “Frammenti di un discorso amoroso”)

Sentii parlare per la prima volta della gelosia da bambina. Non capivo bene il senso di questa parola ma la trovavo quasi simpatica. Io e mia cugina ci contendavamo mia nonna: “…è mia!”, dicevo io. “No, é mia”, rispondeva lei. Eravamo molto piccole ed era, apparentemente, solo un gioco di potere tra bimbe. Nessuna di noi poteva capire il significato di questa parola che genitori o zii, ridendo, ci dicevano mentre assistevano ai nostri battibecchi.

Poi il tempo passa, si cresce e si incomincia a definire e sperimentare sulla propria pelle il significato delle parole. Incominci a testare la gelosia nell’amicizia: si ha paura che qualcuno ci porti via la “nostra amichetta del cuore”. Poi arriva il primo fidanzatino e ti senti divorata dalla paura che l’altra persona possa all’improvviso abbandonarti, trascurarti, rifiutarti preferendo qualcun altro a te.

La gelosia smuove sentimenti profondi. Emerge in maniera incontrollata e la paura di perdere quello che si ritiene “mio” è molto forte. Il più delle volte si cade in un vortice senza fine che ci trascina negli inferi della paranoia, agitati nel nostro animo e nella nostra immaginazione dalle angosce più morbose e disparate. E così basta un nulla, uno sguardo, il suono di una suoneria o il bip di un messaggio. Il primo tassello di una sceneggiatura drammatica che la nostra mente incomincia a percorrere voracemente autostrade perverse che si riallacciano a fatti, eventi o a sensazioni che confermano le nostre più ataviche paure. Il dubbio si insinua nella nostra vita e diventa il nostro pane quotidiano, un tarlo costante che ci costringe in una morsa di sospetti, autoinganni, assilli e delusioni. In ogni cosa cerchi conferma ai tuoi tormenti o un sollievo. In questa atmosfera di incubo, nel quale diventiamo le macchietta di chi veramente siamo e non ricordiamo nè vediamo più la persona che amiamo, forgiamo giorno dopo giorno le sbarre della nostra angusta prigione. Non vediamo più noi stessi, non vediamo più il partner… ogni cosa si perde nella nebbia del dubbio e del tormento di essere feriti o abbandonati. Infine, in questa morsa, gli unici altri invitati a questo triste party sono il senso di colpa e la vergogna di sentirsi deboli.

Più volte mi sono chiesta cosa maschera la gelosia. Nascosti ci sono spesso sensi di inadeguatezza e di disagio, difficili da sopportare o comprendere, che sfociano in rabbia incontrollata facilmente incanalata in atteggiamenti di controllo e sospetto o, peggio ancora, in isteriche scenate scatenate dalle più piccole banalità. Spesso si diventa tristi artefici di manovre volte a ingelosire l’altro per acquisire potere smuovendo comportamenti che volutamente feriscono. In ogni caso, non ci si sente amati, non ci si sente al sicuro, protetti e riconosciuti come vorremmo. Viene toccato il senso profondo che abbiamo della nostra identità: ciò che crediamo di essere, ciò che l’altro vorremmo che fosse e, sopratutto, come l’altro debba comportarsi con noi. Esigiamo, quindi, che l’altro si faccia protettore delle nostre pù intime, infime, nascoste e mascherate paure. E così si vacilla e cade, in un vortice di inconsapevolezza, nel bisogno di sentirci unici, insostituibili, indispensabili e speciali.

Questo in fin dei conti è ciò che porta la gelosia: un dramma da quattro soldi, con repliche anche giornaliere, che ha moltitudini di spettatori e attori. Un dramma che costantemente viene messo in scena, interiormente o esteriormente, che ha un’unico e solo risultato: la distruzione di sè e della relazione. Quanto tutto ciò ha che fare con l’Amore? L’amore con la A maiuscola è l’alchimia più grande e potente che possa esistere su questo pianeta. Ci permette di diventare tutt’uno con l’esistenza, di trasformarci interiormente e di elevarci spiritualmente. L’ amore è creare un legame da cuore a cuore e andare oltre ogni meschino desiderio di possesso e sopraffazione. Il vero amore va oltre i bassifondi delle sintomatologie materiali per ricercare, invece, un’unione cosmica, siderale, animica che sfoci in un contatto profondo e in una affinità elettiva. Non ha nulla a che vedere con l’attaccamento e l’inglobamento dell’altro. L’amore non divora l’essere dell’altro ma ne stimola, altresì, l’espansione. L’Amore è libertà .

Come scrive Osho: “L’amore lascia posto alla libertà; non solo le lascia posto, la rafforza. Qualunque cosa distrugga la libertà non è amore. Deve trattarsi di altro, perchè amore e libertà vanno a braccetto, sono due ali dello stesso gabbiano”.

Tuttavia, la gelosia mostra il nostro livello di consapevolezza sul piano affettivo oltre che relazionale. In effetti, ci dice molto più di noi che dell’altro. Può aiutarci a capire chi siamo, a guardarci dentro e di rimando, a migliorare le relazioni. Ci pone di fronte all’inevitabilità: il momento di confrontarsi con i propri limiti e sospetti. Quindi bisogna iniziare a concentrarsi su cosa accade dentro di noi piuttosto che rivolgere l’attenzione costantemente al di fuori e a cosa l’altro fa, aldilà che questo sia reale o immaginario. Non è facile ma solo ribaltandola, la gelosia, può diventare costruttiva, trasformandosi in un incredibile strumento di evoluzione. Vista in questo modo la sua finalità originaria, dunque, non è farci soffrire ingiustamente ma trasmutare aspetti di noi fragili, infantili e immaturi. Ogni relazione è un banco di prova e quelle amorose sono le più complesse: esse, infatti, accelerano molte dinamiche evolutive legate al lavoro su di sè e all’osservazione dei propri demoni interiori. La gelosia nascondendo la paura di perdere l’altro e, di conseguenza, la paura di rimanere da soli incarna e porta all’emersione alcuni dei mostri egoici più atavici. Essi sono fatti di una materia sottile tra le più pesanti e sabbiose: il nostro dolore. Trovarsi di fronte a quei mostri, dunque, significa avere il dono supremo di poter ascoltare l’inascoltato e vedere ciò che è stato non visto. In quel terrore estremo c’è un grido disperato che esige di essere accettato.

Accettare significa sciogliere quell’energia imbrigliata, portarla alla luce, trascendere ciò che si ripete incessantemente e, finalmente, andare oltre. Solo allora si sceglie di vivere la relazione non più con il filtro della paura ma dell’amore. La gelosia ci rende ciechi, superficiali ed egoisti. Se c’è vero amore quindi non può esserci gelosia: “L’amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto, poiché l’amore basta all’amore” (Gibran).

Insegnante Yoga Nicoletta Zilembo

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