LA GESTIONE DELLE EMOZIONI

Dal punto di vista emotivo sono sempre stato problematico. Fino a qualche tempo fa, però, non riconducevo direttamente questo problema all’essere iper-emotivo, piuttosto mi consideravo insicuro, oppure “sensibile”, o anche un po’ depresso. Essenzialmente un disadattato, anche se mascheravo il mio disagio in diversi modi. La cosa veramente paradossale, è che, nonostante negli ultimi anni mi sia reso conto di quanto sia predominante questa parte emotiva in me, fin da bambino mi sono abituato a reprimere moltissimo le mie emozioni.

Ne ho sempre avuto un certo timore, la paura di non poterle controllare, che sarebbe successo qualcosa di brutto se le avessi lasciate libere di esprimersi. Da adolescente questo disagio si è acutizzato, fino a farmi vivere periodicamente momenti di tristezza, apatia, ansia, frustrazione, rifiuto totale del mondo che mi circondava, stati che a volte sono sfociati in veri e propri attacchi di panico. Condivo il tutto con alcool e sostanze, il che inizialmente mi aiutava ad andare oltre, ma col tempo non ha fatto altro che acutizzare questi stati.

Una delle prime cose che ho imparato quando ho iniziato a lavorare su di me è stata che congelare le emozioni, rifiutarle e reprimerle è una pratica inutile e dannosa. Inutile, perché quella parte di me non scompare affatto, ma semplicemente viene rinchiusa in cassetto, e prima o poi esce fuori di nuovo. Dannosa, perché questo comporterà un aumento della forza e dell’intensità dello stato emotivo evitato. Una delle definizioni più utili di cos’è un’emozione si ricava dalla parola in inglese E-motion con “E” che sta per energia e “motion” per movimento, quindi energia in movimento. Questa energia che viene prodotta dal nostro organismo e ha molteplici funzioni, si manifesta attraverso sensazioni corporee percepite nel corpo come pressione, temperatura, estensione, consistenza. Tipicamente le emozioni sono attivate da pensieri, convinzioni, reazioni innate e condizionamenti stimolo-risposta. Esistono una miriade di studi, che trattano le emozioni da molteplici punti di vista. È un argomento enorme. Cercherò quindi di scrivere, con semplicità, ciò che ho imparato tramite la mia esperienza, lo studio di alcuni testi e l’insegnamento del mio maestro.

Eckart Tolle scrive: «L’organismo fisico, il vostro corpo, ha una sua propria intelligenza, come qualsiasi organismo di ogni altra forma di vita. E quest’intelligenza reagisce a quello che dice la vostra mente, reagisce ai vostri pensieri. Così l’emozione è la reazione del corpo alla mente.» «Indirettamente un’emozione può essere anche una risposta a una situazione attuale o a un evento, ma sarà una risposta a un evento vista attraverso il filtro dell’interpretazione mentale, il filtro del pensiero, cioè attraverso il concetto mentale di buono o cattivo, mi piace o non mi piace, me e mio.» «Osservare un’emozione in questo modo è come ascoltare o guardare un pensiero, come ho spiegato prima. L’unica differenza è che, mentre un pensiero si trova nella testa, l’emozione ha una forte componente fisica, perciò viene principalmente avvertita nel corpo.»

Quando si mette in moto un’emozione, spesso questa prende completamente il sopravvento su di noi, in maniera irresistibile, portandoci a compiere azioni dannose per noi e per il prossimo, fin quando non viene “scaricata”. Possiamo distintamente accorgerci del potenziale energetico che porta con sé ogni tipo di emozione, non solo la rabbia (la quale è la più facile da individuare), ma anche l’ansia, la gelosia, la paura. È facile sentire il flusso di questo torrente in piena che scorre attraverso il nostro corpo. Tale è la potenza di queste sensazioni che l’emozione diventa “noi” e ci identifichiamo completamente con essa. L’emozione in genere rappresenta uno schema di pensiero che abbiamo introiettato dentro di noi, amplificato e potenziato. Non è facile riuscire a contattare questi meccanismi sottili, ma per riuscire meglio ad individuarli possiamo iniziare ad osservare che spesso si crea un circolo vizioso tra un certo tipo di pensieri ed una certa emozione, che si alimentano a vicenda tra loro. «Soffermandosi mentalmente sulla situazione, sull’evento o sulla persona che rappresenta la causa percepita dell’emozione, il pensiero fornisce energia all’emozione, che a sua volta riflette lo schema di pensiero e così via» (Eckart Tolle, “Il Potere di Adesso”).

Il primo passo è quello di iniziare a disidentitificarsi da queste emozioni-pensieri. Osserviamo, come testimoni esterni, questi fenomeni. Lasciamoli esistere, dentro di noi, lasciamoli essere, senza giudicarli: lì c’è quella parte di me, c’è quell’emozione, c’è quello schema di pensiero – che magari mi risuona in testa da anni – e qui ci sono “Io che osservo”. Lascio essere senza agire. Non reprimo, ma neanche mi lascio trascinare. Non è affatto facile, lo so, dato che spesso la componente energetica e psico-fisica di queste emozioni è davvero molto forte. Il consiglio che mi sento di dare è provare a rimanere lucidi quando la reazione emotiva non è eccessivamente forte, quando siamo ancora in grado di controllarci, senza lasciarci trascinare oltre come dei burattini che rispondono automaticamente ad un comando. In questi casi, quindi, evitiamo di bloccare quest’emozione, mascherandoci e reprimendo: questa strategia, nel tempo, non comporterà altro che un aumento della forza e dell’intensità dello stato emotivo evitato. Proviamo anche a dirci “in questo momento, io sto provando questa rabbia, quest’angoscia, questa paura”, che è ben diverso da dirsi “io sono arrabbiato”. L’emozione è qualcosa che si prova, non qualcosa che si è. Già fare questa distinzione ci consente di assumere una prospettiva più distaccata e obiettiva nei confronti dell’emozione.

Qui ci sono “Io, che osservo” e lì c’è quella parte di me che prova l’emozione… Spostiamo la nostra attenzione dal turbinio che ci affolla la mente al nostro corpo, nel quale l’emozione si sta manifestando. Osserviamo le parti del corpo coinvolte, una ad una, senza fretta, ed iniziamo a rilassarle. Una alla volta. Per tutto il tempo necessario. Mi concentro proprio su questa parte di me che è contratta e la rilasso, gradualmente, pazientemente. Nel mentre, lascio che il mio respiro segua il suo ritmo naturale, qualunque esso sia, senza giudicarlo. Così come viene. Va bene così. Non lo produco io. Il respiro viene da solo. E da solo se ne va. Già lo spostamento della nostra attenzione dalla mente al corpo ha un effetto pacificante.

Proviamo adesso a parlare a queste parti di noi. Consoliamole, calmiamole, con un’estrema dolcezza e pazienza, come una mamma con il suo bimbetto che si agita, strepita e sbatte i pugnetti. Personalmente credo che questo sia importantissimo, dato che favorisce il processo di accettazione e di pacificazione interiore: più neghiamo queste parti di noi (cosa che spesso accade violentemente), più si amplificano la guerra interiore, il meccanismo del mi piace-non mi piace, gli schemi di pensiero che alimentano l’emozione. Queste parti bambine, infantili, è una vita intera che vengono ignorate, e hanno un bisogno estremo di ascolto e consolazione. Se impariamo ad ascoltarle col tempo potranno rivelarci informazioni molto importanti sulle ingiunzioni che abbiamo interiorizzato nella primissima infanzia, che sono alla base dei meccanismi di difesa sui quali abbiamo poi costruito la nostra identità e che generano le reazioni emotive più forti.

«Dove la mente è focalizzata, lì va l’energia. A quel livello vibra la coscienza…» Roberto Angelo Stefano Liodori

Finora abbiamo parlato dell’aspetto più psicologico. C’è un altro tipo di lavoro da compiere, altrettanto importante, che è prettamente fisico-energetico, che possiamo svolgere magnificamente attraverso gli asana e altre tecniche di Hatha Yoga. La tradizione Yoga insegna che in ognuno di noi sono presenti dei centri di forza, i chakra, correlati a specifici componenti del nostro corpo, a funzioni fisiche ed aspetti psicologici. Ognuno di questi chakra è in relazione con il sistema bionergetico e mentale di un essere umano. Ordinariamente, tranne rarissimi casi, la struttura energetica delle persone è di base disarmonica, il che significa che alcuni chakra sono eccessivamente o troppo poco dinamizzati rispetto ad altri, oppure predominanti in senso yin o in senso yang. Molte degli stati emotivi negativi e distruttivi sono collegati a degli squilibri nei primi tre chakra.

Ad esempio, Muladhara Chaka, il primo centro di forza, è psicologicamente legato alle sensazioni di paura, colui che ha un’attivazione disarmonica su questo primo chakra temerà eccessivamente di essere ferito dagli altri, o, al contrario, avrà una forte tendenza ad attaccare, in base alla polarità (yin o yang) verso cui manifesta lo squilibrio. Swadhisthana Chakra invece è legato agli impulsi sessuali, alle sensazioni erotiche, ai vissuti amorosi, all’eccitazione e ad una focalizzazione sul piacere dei sensi. Incontrollato porta a stati di egoismo, alla ricerca di emozioni forti, all’attaccamento possessivo verso le persone, a vederle come mero oggetto del proprio appagamento sessuale. Manipura Chakra è associato al potere personale, alla fiducia in se stessi. Mal focalizzato genera impulsività e irascibilità, controllo esacerbato sugli altri e dispotismo, mentre le persone eccessivamente timide ed introverse, che avvertono costantemente un senso di inadeguatezza, hanno spesso problemi a questo livello.

Con l’aiuto dell’Hata Yoga e della meditazione possiamo gradualmente non solo armonizzare le disfunzionalità presenti in questi centri di forza, ma anche spostare l’energia verso chakra più alti, andando a dinamizzarli correttamente: i chakra inferiori, infatti, se ben dinamizzati, fungono da carburante per quelli più alti, senza quest’energia è impensabile vivere stati superiori di coscienza. Queste tecniche agiscono in profondità stabilizzando e ripulendo la nostra struttura psichica e fisica. In questo modo, gradualmente, inizieremo a sperimentare sentimenti estremamente fini ed uno stato sempre più frequente di pace interiore e lucidità mentale, di equilibrio. Le forze distruttive che precedentemente ci governavano avranno progressivamente minor presa, e quando ci accorgeremo che stanno bussando alla porta del nostro essere avremo a disposizione tutti gli strumenti per poterle trasmutare o sciogliere, a seconda dei casi. A volte sarà più difficile, magari le emozioni negative perdureranno dentro di noi per tempi più lunghi, ma giorno dopo giorno, pratica dopo pratica, sforzo su sforzo, noteremo degli innegabili progressi, tanto che guardando indietro quasi faremo fatica a riconoscere la persona che eravamo qualche anno fa. Posso confermarlo attraverso la mia esperienza personale, così come posso dire lo stesso di molte persone che fanno parte della mia scuola, nelle quali ho potuto osservare delle trasformazioni enormi, riuscendo così a migliorare condizioni di partenza di estrema instabilità emotiva e sofferenza.

«Chi conosce il (suo lato) maschile ma conserva il (suo lato) femminile diventa l’impluvio del mondo. Essendo l’impluvio del mondo, la virtù non lo abbandona mai; ritorna allo stato di infante.» Tao Te Ching

Vorrei scrivere di un ultimo aspetto, correlato sia a quello psicologico che quello energetico, ed è l’armonizzazione della parte maschile (yang) e femminile (yin) presente in ognuno di noi. Maschile e femminile sono termini spesso identificati con l’equivalente biologico di maschio e femmina, o equivalente sociale dell’uomo e della donna. La distinzione tra maschile e femminile va al di là di costrutti biologici, psicologici e sessuali. Il maschile e il femminile, lo Yin e lo Yang, sono archetipi o energie che ciascuno di noi possiede, sia uomo che donna. Queste energie sono ognuna come una faccia della stessa moneta. Nessuna delle due è più o meno importante rispetto all’altra.

Ognuno di noi sia come uomo che come donna esprime queste due energie; ciò che cambia è l’accento, il grado, la quantità e la relazione tra loro. Quando le nostre energie maschili e femminili non sono equilibrate tra di esse, ma interferiscono l’una con l’altra, sentiremo confusione e agitazione, incompletezza ed una disconnessione in noi stessi e con il mondo esterno, inclusi i rapporti con gli altri. L’energia femminile senza l’energia maschile può indurre una persona ad essere troppo timida, passiva, superficiale, compiacente, appiccicosa e bisognosa, non in grado di prendere decisioni, eccessivamente dipendente, vulnerabile allo sfruttamento ed agli abusi. Oppure può indurre ad essere troppo concentrata interiormente e quindi incapace di andare avanti nella vita, a volte può bloccare perché manca quella energia maschile che guida l’azione, la forza, il movimento e la fermezza. Rispetto al discorso che stiamo affrontando, la parte femminile è quella maggiormente connessa al mondo emotivo.

Il mio maestro, fin dalle prime volte che ci siamo incontrati, ha sottolineato quanto per me fosse importante lavorare per rafforzare la mia parte yang, maschile. Anche diversi sogni che ho fatto e che continuo a fare mi parlano esplicitamente di come la mia parte femminile chieda alla parte maschile di divenire più forte così da poterla sostenere, renderla sicura nel potersi esprimere, senza avere paura della propria vulnerabilità. Avendo represso per anni questa parte di me, quando questa emerge spesso viene accompagnata da una carica emotiva violenta e molto difficile da controllare.
La mia parte più razionale, legata al maschile, di questa parte di me ne ha paura e vergona, e quindi istintivamente tende a voler ricacciare tutto all’interno. Essenzialmente il mio maschile ed il mio femminile non si relazionano tra loro in maniera sana, non comunicano: il primo è spaventato del carattere instabile ma anche molto potente, quasi in maniera primordiale, dell’altro; il secondo invece si sente rifiutato, continuamente castrato, e al contempo fragile e senza un sostegno.

Il lavoro qui è duplice, bisogna muoversi sulla lama sottile del discernimento continuo: da una parta bisogna accettarsi, senza paura di vedersi e lasciarsi vedere vulnerabili e fragili, ma al contempo bisogna rafforzare la forza di volontà e la fermezza tipiche dell’aspetto yang, così da permettere alla parte yin di svilupparsi in maniera armoniosa, senza permettere a stati depressivi, inerziali, infantili o distruttivi di avere la meglio su di noi quando emergono. Non c’è una ricetta predefinita da seguire ma è un impegno da portare ogni giorno nella nostra vita quotidiana, affrontando le situazioni che ci creano difficoltà. È un lavoro lungo, che dura una vita. Il progresso avviene gradualmente e soltanto se si riesce a mantenere un sano distacco dalle proprie reazioni immediate e osservando cosa si muove davvero nelle nostre profondità, al di là delle situazioni contingenti che agiscono da innesco.

Insegnante Yoga Davide Pavone

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