Lo sforzo spirituale (II)

Nell’Islâmismo lo sforzo spirituale è invece chiamato “jihad”

Questo termine è stato ultimamente uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani disinterpretano il termine per ignoranza o per screditare l’ Islâm ed i musulmani.

La “jihad” non è uno strumento di guerra contro gli innocenti, né un mezzo di lotta politico-religiosa, né tanto meno l’opportunità per tiranneggiare i deboli e gli ignoranti. Il termine “jihad” è qualcosa di unico, che rivela il cuore stesso della religione islamica, e che implica il concetto di difesa del divino messaggio, dall’aggressione dei suoi nemici. La parola “jihad” per cui non significa “guerra santa”, come comunemente, ma erroneamente, si crede, significa, piuttosto “sforzo”, e più di preciso sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di norma spirituale; la “jihad” è anzitutto lo sforzo spirituale che ci eleva ad una maggiore umanità davanti a Dio.

In lingua araba “jihad an-nafs” significa lo sforzo che ogni uomo deve compiere su se stesso per essere degno della sua umanità, lottando contro la propria violenza, collera, cupidigia ed egoismo.  È importante sottolineare la grande distanza di questo dalla traduzione e dall’uso comune di “guerra santa”.  Nel medioevo le crociate erano considerate guerre sante, i musulmani, che si sentivano aggrediti, usavano allora il termine “jihad”, che significava sforzarsi a resistere, di fronte a tali aggressioni ed assedi.  Così si è finiti per tradurre, in modo precipitoso e superficiale, la parola “jihad” con “guerra santa“, facendo una trasposizione del termine crociata della cultura cristiana.

“Jihad” può anche voler dire “guerra”, ma guerra di resistenza, con un significato molto più profondo, più ampio e pregnante, del termine di guerra in senso stretto. Rappresenta verbalmente il combattimento che si attua nel nostro essere, tra il soffio che ci richiama a Dio e tutto ciò che vorrebbe farci dimenticare di Dio.  È questo sforzo spirituale che ci fa accedere ad un livello di umanità superiore davanti a Dio stesso.

Da questo concetto di sforzo si sviluppano due punti importanti:

Primo, il concetto di rigore spirituale che esiste nella cultura musulmana.  Il rigore del cuore e quello della coscienza sono le due dimensioni fondamentali della vita quotidiana dei musulmani in generale. Questo richiamo al rigore si traduce in un senso profondo di responsabilità e di impegno costante. Il musulmano è responsabile di un’etica da rispettare, di un messaggio da trasmettere, egli ha un dovere, una missione, un impegno attivo nella società in cui vive, deve saper farsi carico delle esigenze della sua comunità religiosa, e più in generale, della comunità di tutti gli esseri umani. Quindi è un rigore comportamentale rivolto soprattutto verso l’esterno.

Il secondo punto esige un cammino inverso, perché si tratta invece di consacrare il proprio essere alla vita interiore e all’autodisciplina.  L’Islâm rivendica questo sforzo interiore, così come nelle tradizioni cristiana, induista e buddista, in cui il lavoro sul proprio essere e sul proprio cuore sono alla base di ogni riforma spirituale dell’essere. Nell’Islâm questa sforzo si realizza attraverso la pratica dei cinque pilastri disciplinari, che sono: il ricordo, il rigore, la preghiera cinque volte al giorno, il digiuno, l’elemosina obbligatoria e il pellegrinaggio. Ognuno di questi pilastri esige un’attenzione, un controllo del proprio corpo, del proprio denaro, del proprio tempo e prima ancora del proprio essere.  Ciò che l’uomo fa del suo essere, rivela il suo modo di essere davanti a Dio.

Letteralmente questi cinque pilastri dell’ Islâm sono:

  1. La shahada, testimonianza di fede, attraverso questa invocazione: “testimonio che non c’è alcun Dio all’infuori di Allah e che Maometto è il Suo profeta (ashhadu an la ilaha illa Allah ,wa ashhadu anna Muhammadan rasulul Llah).” Quando vi si aderisce con sincerità ne deriva la sottomissione a Dio (Islam), ed è il fondamento, l’asse e la determinazione dell’essere musulmano.

  2. La salat, la preghiera, cinque volte al giorno: all’alba, prima del sorgere del sole (salat al subh); a mezzogiorno, dopo lo zenith (salat adh dhor); a metà pomeriggio (salat al asr); al tramonto del sole, dopo la sua scomparsa all’orizzonte (salat al magrib); durante la prima parte della notte (salat al isha).

  3. La zakat, l’imposta sociale purificatrice, è un prelievo annuale sui beni che il credente possiede (oro, argento, bestiame, prodotti agricoli e commerciali) a partire da un minimo stabilito. Viene distribuita ad otto categorie di persone specificate nel Corano, nella Sura IX,60.

  4. Il sawm, digiuno, consiste nell’astensione dal bere, dal mangiare e dall’avere rapporti sessuali durante il giorno, dall’alba al tramonto. Si svolge durante il mese del Ramadan, nono mese del calendario lunare islamico.

  5. Il hajj, il pellegrinaggio maggiore, si compie alla Mecca almeno una volta nella vita, in un periodo preciso dell’anno, se si hanno le condizioni fisiche ed economiche per farlo.

Questi cinque pilastri sono lo sforzo spirituale minimo che ogni musulmano deve compiere, tutto il resto avviene nel combattimento all’interno del proprio essere.

(Segue)

Maestro di Yoga e Meditazione Roberto Angelo Stefano Liodori

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