Lo sforzo spirituale (IV)

Lo sforzo spirituale nel Buddismo

Siddhartha Gautama, nacque nell’India del Nord 2.500 anni fa, era un principe, ma lo stato mondano di cui godeva, non lo soddisfaceva. Nel vedere la sofferenza delle persone e come i piaceri fluttuanti della vita si dissolvevano rapidamente, si mise a cercare un felicità duratura. Intraprese quindi il suo cammino spirituale, prima nel percorso meditativo, in cui eccelse, raggiungendo in breve tempo lo stato di vacuità mentale costante, poi scelse la via dell’ascetismo estremo, che lo condusse alla fusione totale con tutti gli elementi della natura e con tutte le forme di vita. Dopo tutti questi sforzi spirituali scoprì una via di meditazione, che culminò nel compimento del profondo risveglio.

Comprese la vera natura ultima della realtà; la cessazione del desiderio sessuale, dell’avversione e dell’ignoranza; la pace e la felicità perfetta. Divenne allora conosciuto come il Buddha, il Risvegliato, e dedicò i restanti quarantacinque anni della sua vita ad aiutare gli altri a realizzare la medesima sublime libertà e gioia che aveva scoperto. I suoi insegnamenti, noti come Dharma, descrivono la natura condizionata di tutti i fenomeni, rendendo conto, tanto del dolce sapore del mondo, quanto del pericolo che in esso si annida.

Il Buddha dispose un chiaro corso di educazione spirituale designato a condurre gli altri alla fine di ogni forma di sofferenza della mente; fondò comunità di monaci e monache, il Sangha, per coloro che sono ispirati a dedicare la propria vita alla pratica e alla preservazione di questo sentiero di virtù, pace meditativa e saggezza. Il Sangha monastico è sopravvissuto attraverso venticinque secoli ed è una delle più antiche istituzioni continuative della storia. La vita contemplativa di un monaco o di una monaca buddhista è una vita di semplicità, celibato e appagamento. I monaci e le monache non cercano la felicità basata sulla sensualità e sulle distrazioni mondane, si sforzano in direzione della più sottile e soddisfacente felicità interiore, che germoglia quando pace e saggezza mettono radice nel cuore. La meditazione è una parte indispensabile di questo stile di vita.

Monaci e monache coltivano le qualità che la sostengono: generosità, rinuncia, contenimento, modestia, umiltà, gentilezza amorevole, dedizione sincera e consapevolezza basata sulla presenza mentale in ogni attività. Fin dal tempo del Buddha ci sono sempre stati monaci che si sono ritirati nei recessi di foreste, montagne e grotte alla ricerca di quell’isolamento fisico che li aiutasse a coltivare la meditazione e la realizzazione del Dharma, la verità dell’insegnamento del Buddha. 

In solitudine o in piccoli gruppi, questi monaci hanno vissuto una vita di semplicità, austerità e determinazione nello sforzo. Lontano da città e centri abitati, disposti a sopportare il rigore di vivere in luoghi selvaggi per avere l’opportunità di apprendere dalla natura, disinteressati alla fama o al riconoscimento mondano, questi monaci della foresta sono rimasti sconosciuti, e le loro storie andate smarrite nella fitta giungla. Vado a fare due precisazioni, per quanto riguarda lo sforzo spirituale nel Buddismo.

Prima precisazione: Nel Buddismo Tibetano uno dei più grandi santi e liberati è stato Milarepa. Milarepa, in gioventù, per vendicarsi degli abusi subiti dalla famiglia dello zio, e su istigazione della madre, intraprese la strada della magia nera contro i suoi persecutori. Compiuta la sua malvagia opera di vendetta, e resosi conto in profondità dei devastanti effetti che queste azioni avevano prodotto sugli altri e su se stesso, iniziò la sua catarsi interiore dedicandosi anima e corpo alla via spirituale. Sapeva che si era caricato di un grave karma e che era necessario un grande sforzo spirituale per poterlo bruciare. Entrò prima in contatto con il suo maestro Marpa, che lo sottopose a una durissima disciplina, prima di concedergli il suo insegnamento.

Quando l’addestramento di Milarepa fu completato, egli ricevette dal suo maestro queste istruzioni: “Parti da qui, recati a rendere omaggio al lama Gnogpa e riparti immediatamente per raggiungere il deserto; non fermarti nel tuo paese, vai a vagare nei deserti di orrori e di nevi, e sprofondati nella contemplazione.”

Mendicando i cereali dai coltivatori della pianura ed i condimenti dai pastori delle montagne, Milarepa si mise alla ricerca di una caverna adatta per la meditazione. Giunse infine alla grotta della Roccia Bianca (Drag-kar Ta-so) e vi si chiuse per molti anni, iniziò a meditare determinato a proseguire fino al raggiungimento della liberazione ultima dalle catene della mente e del karma.

Citazione da Milarepa: “Lì crescevano molte ortiche e c’era dell’acqua eccellente. Le ortiche mi fornivano un tessuto per il riparo esterno del corpo ed una farina senza sapore per il nutrimento interno. Così il mio corpo diventò simile ad uno scheletro, la pelle prese il colore dell’ortica e la consistenza della cera, anche i peli divennero ispidi e verdi. Tutte le mie ossa sporgevano e le mie membra stavano per staccarsi.”

Milarepa si impegnò in questa meditazione con ardore e devozione, sino a raggiungere la completa illuminazione. Presto la sua fama si diffuse e molta gente iniziò a cercarlo per ascoltare i sublimi canti per mezzo dei quali esprimeva la sua realizzazione. La sua storia dimostra come il dominio sul corpo sia la condizione indispensabile per il controllo della mente. Egli era un uomo dotato di un estremo vigore fisico e di una volontà eccezionalmente tenace, così come il Buddha portò il suo sforzo spirituale ascetico agli estremi limiti. Entrambi raggiunsero il Nirvana, la fusione con l’assoluto attraverso queste pratiche, ma loro sono solo degli esempi. Nessuno ci chiede di emulare le loro vite, e ritirarci in profonda ascesi, ma come detto in precedenza, nel quarto accordo della saggezza tolteca, dobbiamo compiere lo sforzo spirituale nella nostra vita quotidiana facendo sempre del nostro meglio e cercando di andare oltre i nostri limiti; così non avremo niente da rimproverarci.

Seconda precisazione: Quale sforzo dobbiamo fare nella nostra vita quotidiana? Abbiamo parlato che il compito principale di un monaco o adepto Buddista è quello di vivere uno stato di pace e pienezza interiore attraverso una consapevolezza basata sulla presenza mentale in ogni attività. Oggi in occidente in molti casi è arrivato un Buddismo alleggerito, o per meglio dire annacquato nelle sue pratiche essenziali. In questo Buddismo, diciamo occidentalizzato, tutto è basato su delle pratiche minime giornaliere, che in ogni caso hanno una loro valenza spirituale, ma che hanno poco a che fare con lo sforzo costante di rimanere sul momento presente, mentre compiamo le nostre attività.

Thich Nhat Hanh è uno dei più noti maestri contemporanei del Buddismo Zen, egli insegna con il suo esempio in occidente da molti anni. Ascoltiamo in queste sue parole cosa veramente significa la consapevolezza nel momento presente: Cari amici quando torneremo nella casa del momento presente sentiremo che ci sono tante cose meravigliose, ci sono talmente tante condizioni di felicità che sono disponibili e saremo confusi, non sapremo cosa fare. Infatti il momento presente è la terra pura del Buddha, il regno di Dio. Ci sono tante meraviglie della vita disponibili e possiamo gioire di ogni cosa, di tutto, di noi stessi. Le condizioni di felicità sono disponibili nel qui e ora. Il problema è se siamo capaci di essere felici, qui e ora.  Proviamo la respirazione consapevole, la camminata consapevole, permettiamo a noi stessi di essere in contatto con la primavera, cerchiamo di vedere la bellezza, la felicità che ci viene data dalla natura, dalla vita. Questo è il motivo per cui è molto importante imparare a godere di ogni passo che compiamo. Un passo compiuto in consapevolezza, in libertà, in rilassamento, porta guarigione, porta trasformazione, porta libertà, gioia e siamo invitati a fare non solo un passo, ma due, tre, quattro passi, e così saremmo sempre sommersi dalla felicità. Ed è così che coltiveremo la nostra capacità di essere felici. Il fatto è che la felicità è sempre a disposizione e le condizioni per la nostra felicità sono sempre disponibili, se sappiamo dire addio al passato e dire addio al futuro per tornare nella casa del momento presente, ci accorgeremo così che la vita è un meraviglioso dono…. un dono di amore.”

Il senso di presenza, l’essere qui ed ora è lo sforzo di base per ogni futura evoluzione spirituale; quando si è costantemente nel momento presente, in uno stato di vacuità mentale, si entra nel “Nagual”, il regno magico in cui tutto è possibile (Castaneda). È la porta di entrata, nel regno di Dio, la condizione sine qua non per poter ritornare allo stato di divinità che in realtà siamo. Tutto quello che compiamo o abbiamo compiuto, senza essere nel momento presente, ma schermato dal fluire ininterrotto dei pensieri associativi, non è reale, è evanescente, è un illusione, è “Maya”.

I grandi saggi dell’umanità, chiamano gli esseri umani, e stiamo parlando della stragrande maggioranza degli esseri umani, che non vivono nel momento presente: robot, fantasmi, sonnambuli o cibo energetico mentale inerte, per tutte quelle basse entità che hanno bisogno di nutrimento da vampirizzare.

George Ivanovitch Gurdjieff, a questo proposito dice: “L’energia impiegata per un atto di lavoro interiore viene immediatamente convertita in nuova energia e per un nuovo impiego….. quella impiegata nel lavoro passivo (inteso come mancanza del senso di presenza) è perduta per sempre….” Ma va ben oltre, quando dice: “L’uomo è una macchina…. tutto ciò che fa, tutte le sue azioni, tutte le sue parole, pensieri, sentimenti, convinzioni, opinioni, abitudini…. sono i risultati di influenze e impressioni esterne….. per “fare” bisogna prima essere…. e non si può essere…. se non si è costantemente nel momento presente….”

L’essere nel momento presente è lo sforzo spirituale fondamentale, in ogni occasione, in ogni azione della nostra vita dobbiamo fare ogni sforzo per essere qui ed ora.

Nel libro il “Guerriero di Pace”, Dan Millman dice: “si può vivere una vita intera…. senza svegliarsi mai….” Poi aggiunge: “l’essere nel momento presente, è una pratica, che dura tutta una vita.” E infine: “il servizio (compiuto incondizionatamente e nel momento presente)…. è l’azione suprema…. non vi è fine più nobile…. che servire il prossimo….”

Con questa affermazione che richiama la via del cuore di Gesù, vado a collegare lo sforzo spirituale sul momento presente, allo sforzo spirituale così come viene inteso nella religione cristiana.

Roberto Angelo Stefano Liodori

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