Karma Yoga (I)

Nell’Universo manifestato, cioè quello materiale, dove ogni cosa è soggetta all’azione, (nulla rimane così come è eternamente, a parte il Divino), l’uomo deve fare i conti con il “problema dell’agire”.

Nel retaggio culturale occidentale viene enfatizzata maggiormente l’analisi conoscitiva mediante lo studio scientifico, piuttosto che lo strumento dell’azione per arrivare alla conoscenza. Mentre in alcune tradizioni orientali l’attenzione è concentrata sul “come opero”, nel mondo occidentale la ricerca consiste nell’individuare il principio, la realtà o la verità, e definirli tramite un sistema consolidato. Questa differenza è riscontrabile nel pensiero occidentale di qualsiasi tipo. Per esempio, nel contesto religioso, la dottrina è incentrata su chi è Dio, mentre risulta quasi blasfemo provare a chiedere come arrivarci. Analogamente tutti i più grandi filosofi hanno affrontato la crisi del concretizzare le proprie conclusioni tramite un’esperienza diretta, una volta raggiunto il limite del pensiero.

Senza differenza tra teoria e pratica, nel pensiero dell’India, la conoscenza è il frutto dell’agire. All’azione viene data particolare enfasi perché essa è la chiave dell’esistenza umana, ciò che fa dell’uomo un ponte tra il cielo e la terra. Prima di tutto bisogna capire in che modo le nostre azioni operano e le loro conseguenze.

Si possono definire due punti: 1) l’origine da cui nascono le azioni, che risiede non nell’individuo ma nella natura. 2) l’effetto, che è strettamente collegato all’origine. Prima di tutto bisogna considerare che non è l’uomo a determinare queste azioni, perché egli non può sottrarsi all’azione. L’azione, intesa come forza vitale, è un prodotto della natura, che opera a secondo degli elementi principali che la costituiscono. Queste qualità sono presenti anche nell’uomo, in quanto attraverso il corpo condivide l’esperienza della manifestazione, e condizionano la qualità e la tipologia del suo agire.

Comprendendo a fondo questo concetto egli opera osservando la natura che agisce attraverso di lui, senza identificazione e senza interessi, perché sa che non è lui ad agire. Possiamo solo agire in un determinato modo e questo perché siamo fatti in un determinato modo, quindi, l’illusione sta nel fatto che da ciò pensiamo di trarne vantaggio. La felicità non risiede nel cambiare se stessi, ma nell’accettare questo annullamento egocentrico, perché non saremo mai libero dai frutti dell’azione se in essa saranno riposte le nostre speranze e le nostre aspettative.  È dalla rinuncia dei frutti delle azioni che viene la liberazione, quindi è importante conoscere la nostra natura e accettarsi per come si è ed agire il più possibile coerentemente alle nostre qualità e alla legge divina. Non è mai l’azione in sé che determina se saremo felici o meno, perché essa è solo la manifestazione della nostra natura. L’azione è lo specchio che riflette come siamo dentro, che più è pulito (quando più ci conosciamo veramente), più rifletterà in maniera armoniosa il nostro essere.

Ciò che determina però il fine di un’azione è il grado di interesse con cui si compie. Anche quando le nostre azioni sono indirizzate ad uno scopo elevato, il risultato che otterremo proporzionalmente ai nostri sforzi è sempre un dono che riceviamo dall’alto. Tutti i frutti delle nostre azioni quindi devono avere un fine, ma non per noi stessi. Le azioni vanno compiute senza interessi, cioè senza il coinvolgimento della nostra coscienza limitata, ma con la consapevolezza che il suo effetto non si realizza al livello individuale, ma Macrocosmico.

L’azione perciò deve essere compiuta con la rinuncia ai suoi frutti, attraverso la devozione. In questo consiste la disciplina interiore che è l’elemento imprescindibile del Karma Yoga. Ogni pratica ha origine da questo, ed è allo stesso tempo il fine ultimo di tutte le pratiche spirituali. In conclusione, il fatto di dover agire non dipende dalla nostra volontà, perché nessuno è in grado di non farlo, l’azione o l’attività vitale è un processo che sta al di fuori di noi, ci riguarda come corpi ma non in quanto coscienza.

Questo non significa però che possiamo adagiarci supinamente a quello che accade. Dobbiamo in ogni caso dare il meglio di noi senza tracimare verso tendenze inerziali tamasiche o impulsive rajasiche. Dobbiamo tendere sempre verso l’automiglioramento, ma senza essere spinti o rimanere attaccati ai frutti delle nostre azioni.

Insegnante Yoga Paolo Stefàno

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