Karma Yoga (II)

Davide pavone

Il Karma Yoga è uno dei sistemi tradizionali dello Yoga, centrale all’interno dell’insegnamento della Bhagavad Gita, e si potrebbe intendere sinteticamente come lo Yoga dell’azione distaccata e disinteressata, in cui l’aspirante si fa semplice strumento della volontà divina rinunciando al desiderio egoico dei frutti dell’azione compiuta. 
Già da questa breve definizione potrebbe sembrarci una via davvero impervia, dato quanto è lontano questo modo di agire da quello a cui siamo abituati attualmente. Sri Aurobindo scrive che: “possiamo utilizzare qualsiasi azione o attività come ambito nel quale praticare il Karma Yoga”. Non dobbiamo pensare che con questo termine ci si riferisca esclusivamente a grandi atti spettacolari, azioni degne del Mahatma Ghandi, di Madre Teresa di Calcutta, o di altri grandi santi, che erano in grado di mettere se stessi completamente in secondo piano per farsi servitori di un ideale superiore di amore e di giustizia. Questi impareggiabili esempi, che sicuramente devono farci da faro spirituale, a me che spesso sono perso in tanti piccoli e sciocchi egoismi, spesso più che incitarmi a fare meglio tendono a demoralizzarmi. Forse un modo più approcciabile, più a contatto con la nostra concretezza terrena e la nostra imperfezione di esseri umani, è partire dai piccoli gesti e dalle persone che condividono la nostra quotidianità. Un gesto gentile, ascoltare una persona che ha bisogno anche quando siamo stanchi e vorremmo solo riposare, o anche rinunciare a un’attività piacevole per compiere un favore.

Tutti i testi tradizionali e i grandi Maestri ci dicono che se compiamo queste azioni ricercando l’approvazione del prossimo per sentirci “bravi”, o anche solo aspettandoci il ringraziamento da parte dell’altra persona, in realtà non stiamo compiendo Karma Yoga dato che dietro la nostra azione c’è un palese interesse personale e attaccamento ai frutti della stessa. 

Credo però che per la maggior parte delle persone, riconoscendo prima di tutto in me quanto sia radicato il germe dell’egoicità, sia irrealistico pretendere che la nostra azione sia totalmente non inquinata da fini individuali. Invece penso sia più fruttuoso iniziare ad agire in questa direzione, nonostante la nostra imperfezione, e fare del nostro meglio per migliorarci giorno dopo giorno. Come quasi ogni cosa in questo piano della manifestazione, una maggiore perfezione viene solo tramite la pratica costante.

Un aspetto importante che penso debba necessariamente essere alla base del servizio disinteressato è coltivare la compassione verso gli altri.

Possiamo iniziare riconoscendo che noi esseri umani siamo realmente tutti uguali: come dice il Dalai Lama: “siamo fatti tutti allo stesso modo, siamo tutti uguali, abbiamo occhi, naso e bocca e vogliamo solo una cosa.. essere felici. Nessuno vuole soffrire”. 

Vogliamo essere felici e non vogliamo soffrire; eppure la maggior parte di noi è immersa in sofferenze fisiche o psichiche, anche coloro che spesso incontriamo nella nostra vita, per strada o a lavoro, che giudichiamo spiacevoli se non addirittura cattive: il loro comportamento nasconde sempre dietro una grande sofferenza e un grande insegnamento. Sforzandoci di riconoscere questo nell’altro, entrando in un contatto più empatico con l’altro, iniziamo ad aprire il nostro cuore. Provare tenerezza per l’altro non in base all’atteggiamento che ha nei nostri confronti, ma riconoscendo che quella persona è solo un anima che sta soffrendo.

“Lo hanno scoperto anche gli scienziati, la natura fondamentale dell’essere umano è la compassione: non la proviamo forse quando ci abbracciamo e amiamo? Quando riceviamo affetto siamo felici, e quando proviamo emozioni distruttive, come il forte odio, la rabbia, la paura, l’avversione, esse sono di grande danno anche al nostro sistema immunitario. Se la natura umana di base è compassionevole, e questo è dimostrato anche scientificamente, allora tutti noi siamo in grado di creare gruppi, famiglie, società compassionevoli” continua il Dalai Lama. 

Nella nostra società materialista odierna siamo educati a porre l’enfasi sull’io anziché sul noi, rincorriamo la soddisfazione personale e la realizzazione individuale, ma questo anziché renderci felici è più spesso causa di stress, diffidenza, paura e solitudine. Se come scrive, con una battuta, sempre il Dalai Lama, volessimo essere “egoisti intelligenti”, avere un’attitudine compassionevole e provare sentimenti positivi verso il prossimo è il modo migliore per prenderci cura del nostro benessere personale, sia mentale che fisico.

Per quanto spesso ci venga naturale pensare in certi termini, è importante riconoscere che l’egoismo corrode il nostro animo, mette il nostro desiderio in opposizione al desiderio dell’altro, ci separa dagli altri rendendoci tristi atomi solitari. Siamo tutti interdipendenti, la nostra vita dipende dagli altri, la nostra felicità dipende dagli altri, e la felicità degli altri è anche la nostra felicità.

Sapere di poter contribuire anche solo un pizzico alla felicità delle persone, con un sorriso, con un gesto accogliente, con qualche minuto di ascolto attento, ci dona uno stato d’animo meraviglioso perché in quel momento ci colleghiamo alla nostra più intima e profonda natura. Facendo così, la possibilità di metterci sinceramente al servizio, con gioia, inizia a sembrarci qualcosa di semplice, quasi naturale.

“Poiché è dando, che si riceve; Dimenticando se stessi, che si trova; Perdonando, che si è perdonati”. (Preghiera Semplice, di S. Francesco d’Assisi)

 

Insegnante Yoga Davide