Bhakti Yoga

L’amore comune è egoistico ed affonda misteriosamente le sue radici nei desideri e nelle soddisfazioni… l’amore divino invece è sempre incondizionato, illimitato, immutabile… l’incostanza del cuore umano scompare al solo tocco trasfigurante del puro amore…dice Sri Yukteswar.

Cos’è dunque l’amore? In questi ultimi anni ho ragionato spesso su cosa sia davvero l’amore, e a un certo punto, parlando con il mio Maestro, mi sono resa conto che da quando veniamo messi al mondo non veniamo mai educati all’amore vero, universale, che non chiede, ma che dona se stesso incondizionatamente.  Ogni essere vivente ha l’innato desiderio di amare e di essere amato, nessuno può vivere senza amore che ne sia più o meno consapevole; quello che manca però è la capacità di amare in modo inclusivo, ossia per la gioia e il bene di tutti.  Siamo sempre stati abituati dai film o dai libri ad avere una visione abbastanza parziale e univoca dell’amore: batticuore, emozioni intense, colpi di scena e romanticismo; e con questa immagine molti di noi sono cresciuti con un cliché abbastanza irreale di un amore che stravolge e che pretende, senza avere nessuna nozione di cosa sia davvero l’arte di amare e di mettersi al servizio. Per questo motivo nel tempo ho appreso che l’amore fosse sinonimo di sofferenza, perché sfortunatamente ogni esperienza collegata all’amore, mi donava degli stati di sofferenza veramente molto grandi e nel tempo, un po’ come tutti, ho imparato a chiudermi e a vivere in uno stato di alienazione sentimentale.  Va da sé che quindi, le prime volte che cominciai a sentir parlare nella scuola del Bhakti Yoga, ossia lo Yoga dell’amore e della devozione, ne presi subito le distanze definendomi incapace di poterlo attuare.  Un pensiero che non mi ha abbandonata del tutto e che anzi mi ha sempre fatta sentire in difetto nei confronti soprattutto delle ragazze del gruppo, alcune delle quali, avendo scritto con davvero molta dolcezza e devozione quale fosse il loro concetto di Bhakti, mi avevano messo davvero in crisi.

Ho sempre visto il percorso spirituale come un principio di onore e di evoluzione da portare avanti per servire Dio e quindi il mio Maestro, una sorta di cavalleria dove si è pronti a morire per il rapporto di fiducia che si instaura con la propria guida spirituale.  Un percorso fatto dunque di sforzi, di promesse e di sacrifici che però non include “l’amore”, o quanto meno quel concetto di amore che avevo appreso nel tempo. Poi parlandone con il Maestro una volta mi disse: “Sei davvero sicura di essere così incapace di praticare il Bhakti yoga?”.  La mia risposta fu: “Io posso morire per Dio e per Te, ma non riuscirò mai a comportarmi da “innamorata” come hanno descritto alcune persone nei propri articoli, perché per me amare Dio vuol dire sacrificarmi e servirlo più di ogni altra cosa”. E il Maestro rispose: “Beh Mary, questa è la Bhakti”Sono sincera e me ancora oggi questa risposta manda in crisi, perché davvero ho estremamente paura di definire tutto questo come “devozione” e mi rendo conto che in questa paura ci sono tutti i miei blocchi collegati a quell’amore comune egoistico di cui parla appunto Sri Yukteswar. Allora se resto incastrata in una definizione precisa di Bhakti, andando sul mentale e chiudendomi a riccio, capisco che il mio ego prende il sopravvento, mi mette ansia, mi fa sentire incapace, in difetto, una donna a metà, e inizio a pensare di non avere fede, di non essere degna di questo percorso, di lasciar perdere tutto e continuare a pensare che non amerò mai.  Se invece ascolto il cuore, quel calore immenso che mi incendia l’anima e il corpo ogni volta che sento Dio, ogni paura scompare, è tutto sicuro e non ho bisogno di definizioni.

Nello Srimad-Bhagavatam, Sri Kapiladeva rivela a sua madre le caratteristiche del servizio di devozione puro: “Cara madre, sappi che i Miei puri devoti, liberi da ogni desiderio di guadagno materiale e di conoscenza speculativa, hanno la mente così assorta nel servirMi da non chiederMi altro di poter proseguire il loro servizio devozionale.  Non pregano neanche di vivere con me nella Mia dimora eterna”.  Questo per me è il puro nettare della devozione, non desiderare altro che servire, annullare il proprio desiderio per mettere al centro la gioia e la felicità di chi viene servito.  Essere costantemente concentrati in questo servizio, in questo amore così completo, e così poco umano che l’espansione che ne deriva ti fa vivere in un solo momento, contemporaneamente in mille posti, nelle anime di ognuno, perché in quell’istante l’annullamento completo di se stessi porta a percepirsi come un’infinità di particelle che si fondono con il cosmo ed entrano in ogni forma vivente annullandone il senso di separazione. La devozione è considerare Dio e il proprio Maestro la fonte della delizia della propria vita, la ragione unica per cui si è in vita e in virtù di questo vivere ogni aspetto della propria giornata tenendo nel cuore e nella mente queste figure.  Annientarsi completamente, e saper dire “Sì” una parola che ha una potenza enorme, e quasi mai facile da dire, ma nel momento in cui si ha la tenerezza e il coraggio di dirla, si rompe la corda robusta che l’ego ha costruito intorno a noi strozzando la nostra anima, e allora si prova una leggerezza infinita, un galleggiare dolce in un’energia divina che è puro amore e pura beatitudine.

La devozione è per me, avere forza e dolcezza insieme, in cui si è disposti alla rinuncia senza provare rancore, senza reprimere rabbia, ma semplicemente buttandosi nell’aria con fede e coraggio per ciò che il tuo Maestro ha scelto per te, è per ciò che Dio vuole per te, senza alcuna valenza umana che interferisca. È avere il cuore e la purezza di riuscire a trasfigurare ogni cosa in Dio accettandola con un “sia fatta la Tua volontà”, in cui il saperlo dire, poterlo dire e farlo vivo nella propria vita dona un senso di espansione e di libertà enormi, con la certezza di sentirsi finalmente a casa, guidati e mai soli. Spesso quando penso di non riuscire in ciò che Dio mi chiede, sento dentro questa frase: Oggi per il tuo Sì Dio ci ha dato la salvezza ed è venuto in mezzo a noi” che è una parte di una canzone che nella mia parrocchia cantavano spesso e che infiammava sempre il mio cuore, senza capirne il perché… infatti non ero cosciente che la capacità di dire “Sì” in completo abbandono, avendo nel cuore l’immensità dell’amore divino, apre le porte alla nostra anima per farla uscire e respirare, facendoci vivere in una gioia senza fine.  È assurdo infatti quanto ogni giorno siamo alla ricerca di un po’ di gioia, pensando di poterla trovare nell’egoismo, nella chiusura e nella rinuncia a soffrire, quando in realtà la vera gioia sta nell’essere felici di annullarsi completamente in Dio e servirlo, obbedendo quindi al proprio Maestro che ne è il riflesso. Penso che imparare ad abbandonarsi con devozione, eliminando gradualmente i propri timori, sia come una sorta di allenamento: più infatti riusciamo a dire “Sì” e più diventa facile dirlo andando avanti nel proprio percorso con maggiore fede verso l’ignoto.

Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti, eppure vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello! Se dunque Dio rende così belli i fiori dei campi che oggi ci sono e il giorno dopo vengono bruciati, a maggior ragione procurerà un vestito a voi, gente di poca fede! Dunque, non state a preoccuparvi troppo, dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Come ci vestiremo?. Sono gli altri, quelli che non conoscono Dio, a cercare sempre tutte queste cose. Il Padre vostro che è in cielo sa che avete bisogno di tutte queste cose. Voi invece cercate prima il regno di Dio e fate la sua volontà: tutto il resto Dio ve lo darà in più. Perciò, non preoccupatevi troppo per il domani: ci pensa il domani a portare altre pene. Per ogni giorno basta la sua pena”. (Gesù il Cristo)

Mary insegnante Yoga