Per molto tempo ho pensato che tutto si potesse e forse si dovesse risolvere con le sole proprie forze. Ho anche vissuto, per molti anni, inconsapevolmente convinto che le cose, in fondo, non potessero essere cambiate. Come fossimo degli spettatori di un film già fatto e finito.
Ho trascorso un lungo tratto di questa vita in balia delle correnti, poco incline a parlare di me, chiuso, incapace di fermarmi e provare a capire da dove provenisse il malessere che sentivo. Non me ne rendevo nemmeno conto, ma avevo paura del confronto, paura di essere giudicato, anni di avvitamento verso il basso, dall’adolescenza alla vita adulta, verso una zona grigia, dove orgoglio e insicurezza ballavano un tango che dall’esterno appariva, a volte, ciò che non era. Sicumera. Allo stesso tempo ho sempre sentito, a un livello a malapena sondabile, data la mia confusione, che non poteva essere tutto qui. La vita, il senso di tutto, non poteva ridursi alla meccanica dei corpi, a quel produci, consuma eccetera che da una parte ci spingevano a vivere e dall’altra criticavano.
Il mio percorso di ricostruzione è coinciso con l’inizio del mio percorso di ricerca spirituale. Ricordo quando uno dei miei più cari amici mi consigliò di acquistare un libro di Eckhart Tolle. Fino a quel momento non avevo mai comprato libri che trattassero di questi argomenti, sebbene mi incuriosissero, perché era forte, ineliminabile allora, l’idea che la maggior parte di chi scriveva di queste cose lo facesse solo per un tornaconto personale. Diffidavo per partito preso, e tale atteggiamento altro non era che lo specchio della mia paura, non fidarti degli altri, Alessandro, alla fine puoi contare solo su te stesso. Ma con me non riuscivo a cavare un ragno dal buco. Lui però era un mio amico e questo, assieme al bisogno di trovare una via che mi traghettasse fuori dal pantano in cui mi trovavo mi convinsero.
In quei mesi lessi il libro avidamente e iniziai con impegno ad applicare gli esercizi proposti dall’autore. Stavo vivendo un periodo di forte difficoltà, non trovavo il mio posto nel mondo, temevo moltissimo il giudizio altrui, mi vedevo inadatto e, mentre guardavo le vite degli altri procedere, mi percepivo immobile. Tra quelle pagine avevo trovato delle spiegazioni che sentivo vere. Forse avevo trovato un punto di partenza. Negli anni seguenti ho cominciato a capire che il mutamento che spesso ricerchiamo non deve avvenire all’esterno, ma dentro di noi, e che il modo in cui sentiamo, percepiamo il mondo, ciò che di noi espandiamo e riversiamo in esso, plasma la realtà che ci circonda.
Non è che da lì sia iniziata una discesa. Forse non esisterà mai una discesa, perché piano piano mi sono reso conto che la via verso l’evoluzione spirituale è spesso brulla, ripida e si conquista un passo dopo l’altro, sbagliando e sudando. Ho cominciato a scoprire aspetti della mia persona, a me stesso ignoti, ad osservarne i meccanismi di innesco, le reazioni emotive e fisiche, fino a riuscire a sbirciare un po’ alla volta dietro le quinte. Ma se lavorare da soli può portare a dei risultati, può anche condurre a delle cadute rovinose al punto da toglierti il fiato e dalle quali risalire può essere al di là delle nostre forze. Di nuovo, ho impiegato molti anni per capirlo.
Avevo già osservato la scuola da lontano. Guardavo i video, qualche discorso del Maestro, ne ero profondamente affascinato. Più volte sono stato sul punto di scrivere, credo di aver mandato anche una mail ad un certo punto, poi arrivava sempre il giudizio a smorzare l’entusiasmo. Ho la sensazione che ci sia un tempo giusto per ogni cosa. Conoscendomi e conoscendo chi ero, credo che se fossi entrato in questo luogo stupendo che è la scuola qualche anno fa, l’avrei abbandonato in fretta, avrei accampato qualche scusa che, mi sembra di sentirmi, non vi racconterò ma potete immaginare. L’ego è così, fa il suo mestiere, difende la propria sopravvivenza.
Ricordo molto bene la prima lezione. Ricordo l’atmosfera di serenità, l’energia che percepivo in quella sala. Ricordo anche che, al termine, il Maestro mi ha rivolto la parola, chiedendomi se avessi delle domande e dicendomi che, se avessi deciso di iscrivermi, la scuola sarebbe sempre stata lì. Ho risposto che avevo già deciso. Un po’ l’ho fatto per sfidarmi e non potermi poi tirare indietro. Ma quel fuoco lo sentivo davvero, quell’entusiasmo arietino travolgente. Finalmente avevo sconfitto un altro piccolo e specifico demone personale, il giudizio e la paura di entrare, di mia spontanea volontà, da solo, in un gruppo nel quale non conoscevo nessuno. L’altra parte di me, forse più saggia, governava il fuoco ricordandomi l’insegnamento del podista. Dosa le energie. Un’altra scuola che mi ha aiutato molto nel mio percorso personale è la corsa, ed ora che ci penso ho corso e letto Tolle negli stessi anni. È lì che ho imparato a gestirmi, perché quando hai ancora molti chilometri da fare prima dell’arrivo, bisogna focalizzarsi sul respiro, sentire le gambe, non guardarsi alle spalle e non contare quanto manca.
E così è da circa un anno e mezzo che sono qui. Una cosa che non è mai venuta meno, in questo periodo, è la consapevolezza di aver trovato un luogo che è casa, che è tempio, che è significativo. La scuola è un posto molto diverso da come lo potevo immaginare e al tempo stesso il luogo che ho sempre cercato. Da allora, ho vissuto alcuni momenti di crisi personale, mi sono sentito sovraccarico di tante cose del tran tran quotidiano, a volte non ho avuto la forza per venire a lezione. Ma il più delle volte ci sono stato, perché so che lì, che qui, io trovo un luogo sereno, un campo di energia stabile e pulito, trovo il supporto del Maestro, il sorriso della Presidente che ci accoglie quando suoniamo il campanello, e sento di percorrere quella strada in salita non da solo, ma assieme a tanti fratelli e sorelle, ognuno alla propria velocità, ma ognuno pronto a tendere una mano, anche soltanto con la propria presenza, con la propria esperienza, a chi ne ha più bisogno.
Fratellanza. È una parola sulla quale riflettiamo e lavoriamo molto. Ci sono ancora alcuni paletti da rimuovere dal recinto del “mio” giardino. Per poter dire a tutti, entrate. Credo che a volte evitiamo di avvicinarci al nostro prossimo non soltanto per rispetto e delicatezza, quanto per la paura di doverci aprire a nostra volta. Ma l’evoluzione umana e spirituale consiste anche in questo. Comprendere queste dinamiche, comprendere l’Advaita, ad un livello dapprima embrionale e poi, nel tempo, auspicabilmente, più profondo, intimo, essenziale. Comprendere che mio e tuo sono uguali, che io e te nuotiamo nello stesso mare, e che siamo quello stesso mare. Siamo come l’acqua e il sale disciolto in essa. So che è uno degli aspetti su cui devo lavorare ancora moltissimo. Ma sono qui per questo e ne sono grato.
Alessandro